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venerdì 23 ottobre 2009

Su, su, su.

Siccome ormai sono un coglione e praticamente parlo quasi solo di film, parlo nuovamente di un film.
Up.
Giusto per chiarire in che termini ne parlerò e per cercare di far capire come sono entrato nel cinema (perchè è lì che va gustato il film, al cinema, di qualsiasi film si tratti), la mia situazione era questa: RateYourMusic lo dava come film migliore dell'anno, superiore anche a Inglorious Basterds di Tarantino, che ho adorato, e tanti altri film meritevoli (Basta Che Funzioni, per esempio, ma anche I Love Radio Rock di cui ho già parlato). Ciak lo dava come Colpo Di Fulmine insieme a Totoro (e vorrei vedere, ma di questo ne parlo), gran parlare dappertutto, John Lassenter ha vinto anche il Leone D'Oro alla carriera eccetera.
Aspettative alle stelle.
Entro nel cinema.
Esco dal cinema.
Aspettative stracciate dai fatti.
Capolavoro assoluto del cinema.


Ci sono cose che, volenti o nolenti, vi fanno entrare in voi stessi. Senza necessariamente scatenare infinite discussioni e marasmi interiori che scuotano dalle fondamenta alcune convinzioni, no: semplicemente, vi rendono partecipi di un dolore, o di una gioia, o di un semplice piacere temporaneo talmente personale, privato e delicato che con la persona soggetta a tutto questo (che decide di condividere con voi tal piacere/dolore/goia) si crea, per forza di cose, magari involontariamente, un sentimento di intimità estrema. Vi sentite partecipi, vi sentite affranti per il suo dolore, vi sentite incredibilmente felici per la sua felicità, ridete per le sue malefatte, sapete tutto di lui senza che nessuno ve l'abbia detto, basta guardarlo, basta anche solo sentirlo. E sono quelle cose che poi quella persona non ve la fanno lasciare più, vi rendono sempre legati in un modo o nell'altro. Succede solo con quelli che poi chiami "veri amici", direte voi. Non sono tanto d'accordo, ma il concetto è chiaro, perlomeno.
Bé, è esattamente così che ci si sente dopo aver visto questo film.
Avete un rapporto incredibilmente profondo con una persona nuova, siete estremamente sereni seppur distrutti, siete in un modo o nell'altro semplicemente accresciuti spiritualmente.



E' un film che ti accompagna in un viaggio importante, non trascinandoti o convincendoti rompendoti le palle. No, ti prende per mano, gentilmente, e dopo un sorriso decidi tu autonomamente di seguire questo amico perchè cazzo, è un tuo caro amico e dei tuoi amici ti fidi.
E attenzione, ho detto "accompagnare in un viaggio", non "raccontare una storia". Sono due cose diverse. Una storia te la racconta chiunque, chi peggio chi meglio, ma è facile che succeda una cosa del genere.
Quello che io reputo il film perfetto, Il Cavaliere Oscuro, racconta una storia, per quanto lo faccia con una perfezione insuperata e insuperabile.
Ed a questo punto subentrano le categorie degli adulti, che però in questi casi risultano utili, seppur nella loro inadeguatezza.
Up è un film per bambini. Indubbiamente. Ma "film per bambini", in questo caso, assume lo stesso valore che può avere l'espressione se usata nel caso del Miyazaki de La Città Incantata. Non film necessariamente rivolti ai bambini, quanto film che rievocano la purezza, l'ingenuità, la spontaneità. Che i bambini hanno naturalmente, noi adulti un pò meno. Purtroppo.

Prima di parlare delle impressioni sanguigne, faccio un pensiero veloce sul paragone allievo-maestro.
In questo caso, salterà all'occhio a chiunque abbia visionato anche una sola opera di entrambi i registri/scrittori(/artisti). Lassenter-Miyazaki. In cui Lassenter è l'allievo, per ovvi motivi di anzianità e di ovvietà.
E il paragone è fottutamente appropriato, anche per me che ste cose le odio. In particolare con questo UP i temi si incrociano in maniera quasi totale, dall'infanzia all'ambientalismo, dalla semplicità al ruolo della società moderna, senza scordare l'amore per il volo.
La differenza sta nella conseguenza dell'ovvia distanza, sia geografica che temporale: laddove Miyazaki usa il bosco della campagna vicina, non troppo impossibile nel Giappone degli anni '50, Lassenter usa la giungla sudamericana; laddove Miyazaki utilizza creature fantastiche della tradizione folkloristica locale, Lassenter usa animali selvatici.
E l'altra grande conseguenza della distanza culturale è proprio il pregio massimo di questo film che ho citato all'inizio, che manca in Miyazaki: l'intimità, impensabile (purtroppo) in un giapponese. Che certo scrive film assolutamente stupendi, ma pecca di coinvolgimento dello spettatore. Perlomeno se paragonato agli standard che il suo figlioccio sa raggiungere. Figlioccio che, tanto per ricordarlo, ha detto di avere la videocassetta di Totoro in Giapponese perchè in inglese ancora non era stato tradotto e che ha dichiarato che per lui Miyazaki è il più grande regista vivente, oltre ad essere il suo più diretto esempio. E si vede, ragazzi, eccome se si vede.

Per finire:
correte, fuggite, rompetevi le gambe per andare a vedere questo film, è un consiglio a cuore aperto che vi sto dando. Perchè tanto è appena uscito, si trova in giro sicuramente e, fidatevi, è un'esperienza che, se vi definite persone, dovete provare.
Nel cinema, da soli, con il rumore della cinepresa che vi tiene compagnia nei momenti di silenzio, con il vostro cuore e le vostre lacrime come compagni di viaggio insieme al vostro nuovo amico, con i braccioli dei sedili che vi sosterranno quando stare per cadere a terra dalle risate.
E strano a dirsi, in questo caso la presenza di bambini può far bene.
Perchè vi assicuro, in una delle scene di silenzio di questo film sentire un bambino piangere può far male. O bene, dipende. A me ha fatto entrambi gli effetti, e la felpa bagnata può confermarvelo.

lunedì 24 agosto 2009

Le macchine americane del '72

Si, è l'ennesimo post su un film.
Ok, c'avete ragionissima, oramai parlo solo di quello, musica/fumetti/libri non ne metto più, ma è perchè quando posto una cosa la voglio approfondire.
Per cui tipo, io una recensione accurata dei Bark Psychosis, o di Leonard Cohen, o dei Velvet Underground, o degli ISIS o peggio ancora dei tool io la farei anche, però è un casino, bisogna sapere perfettamente di cosa si sta parlando.
E con un film è un pò più facile, gli elementi da analizzare li si hanno tutti in due ore.
Però dai, prometto che cercherò di scrivere sempre più recensioni di dischi.
Fumetti e libri no, perchè quello è veramente complicato. Nessuno legge gli stessi fumetti o libri che leggi tu, quindi devi comunque partire da zero e cercare di non sputtanare nessun punto importante della trama, sennò che cazzo lo posti a fare? Senza poi contare il fatto di dover eventualmente ri-hostare i capitoli o gli episodi, perchè sennò poi i forum di hosting si incazzano666.

Ok, il film, si.
Minchia.



Gran Torino. Si.
Clint Eastwood. Si.
Entrambi soggetti che partivano riempiti fino a scoppiare di aspettative positive.
Entrambi soggetti che finivano completamente oltre le migliori aspettative.
Perchè alla fine sapevo già grosso modo di cosa parlava e dei temi principali, sapevo già grossomodo come finiva, il tema fondamentale della fine, eccetera eccetera.
Tutta gente che non aveva capito un cazzo.

Fondamentalmente il film è su questo tale, Clint Eastwood appunto, che campa in un ghetto americano ed è circondato da negri/messicani/orientali/altrarobarandom, e non li sopporta proprio. I problemi di comunicazione rendono invalicabile la staccionata che li separa, niente da fare. Lui sputa in segno di disprezzo? La vecchia cinese di fronte a lui sputa dieci volte tanto. E l'odio si alza.
Poi, siccome il film in qualche modo dovrà evolversi dalla statica iniziale situazione, succedono cose che la situazione la fanno cambiare. Quindi il nostro Clint (Walt, ma Clint è meglio) comincia non solo a sopportare, ma anzi ad apprezzare alcuni modi di fare dei suoi giallognoli vicini, abituandocisi e fraternizzandoci.
Quindi un occhio superficiale potrebbe dire che è un film sulla fraternità razziale, il bianco americano (?) conservatore che fa amicizia con degli sporchi chingchang cinesi, bla, bla, bla.
Cazzate.
Eastwood è un artista, e in quanto tale se ne fotte di questi temi di politica spiccia e ignorante. Gli uomini sono tutti uguali, la gente intelligente lo sa, quindi è inutile fare un film su quanto i discriminatori siano gente idiota o menate simili; tanto lo sono e basta.
Questo è un film di uomini. Su uomini. Per uomini.
Uomini, perchè i protagonisti principali sono uomini, di quelli veri, che partendo da un punto ne arrivano in un altro crescendo. Che imparano dai propri errori e dagli insegnamenti degli amici. Che trovano importantissima, quasi vitale, la risata tra amici, lasciando il momento di tristezzarimpiantoserietà per i momenti di solitudine, o comunque relegandolo il più possibile.
Un film che ti fa amare ogni singolo protagonista, che ti fa capire la sua mente senza artifici, seguendolo nei momenti importanti, ascoltando i suoi dialoghi, patendone il dolore o gioendone le conquiste.
E' un film in cui le battute fra amici sono più importanti dei grandi eventi della vita, in cui la vecchiaia è affrontata come situazione di inevitabile superiorità, ma nel quale comunque le debolezze ti sfibrano. Magari facendoti apparire più forte, si, ma si sa che le apparenze ingannano.
Uscito dal cinema sei si sconquassato dagli eventi, ma sei anche consapevole che qualsiasi sia il tuo atteggiamento verso il mondo, un rapporto onesto con una persona tua pari sarà sempre capace di comprometterlo. La qual cosa non è certamente negativa.
Im definitiva, è un film virile.
Virile, si, virile come può essere un saluto scortesissimo e sboccatissimo tra vecchi amici che però sotto sotto farebbero tutto l'uno per l'altro, virile come uno che si incazza con l'altro ma per il suo bene, virile come il bisogno di una birra fredda per calmare la rabbia, virile come un cane come unica compagnia possibile, virile come un pianto sommesso perchè cazzo, nessuno deve vedere che piango, sono pur sempre un uomo.
E poi dai, è un film stupendo.

lunedì 10 agosto 2009

I love rock'n'roll

Il rock, secondo il linguaggio dei politici odierni, ha appena iniziato la sua carriera, avendo appena meno di 50 anni.
Pare sia nato ben prima degli anni '60, ma solo anagraficamente. I primi peli sulle palle li ha messi a metà, degli anni '60.
E fin da subito si è rivelato un bambino bello vivace, 'sto rompicazzo di Rock. Subito ha cominciato a mettere in difficoltà i giovinetti borghesi suoi coetanei, che si sentivano attratti da tutto questo movimento, da tutta 'sta carica energetica e enormemente erotica. Gli faceva muovere il culo, a 'sti borghesi. Li faceva ballare, li faceva scopare, li liberava dalle catene delle cravatte dei loro colleggi inglesi.
Si, perchè Rock è inglese, che credete? Si, ok, il padre è Elvis, americano, ma per caso Balotelli è africano?, no: è italiano. E quindi il rock non è mica di Elvis, il rock è di madrepatria UK (iucchéi).
E siccome le madri si prendono sempre più cura dei propri adorati figlioletti, e questi aveva difficoltà a farsi notare, ad avere il suo spazio in quei colleggi austeri appena citati, bè, la mammina si è data da fare per trovargli una scuola che gli insegnasse ad esprimersi, a farsi ascoltare per bene. Non tanto per farsi notare dai borghesucci a cui piacciono i loro compagni più eleganti e altezzosi, tipo Classica, quella rompicoglioni.
E questa scuola era la Radio Pirata. E pare che questo rock diventò talmente famoso che le voci sulle sue gesta si espansero fino anche agli altri istituti Radio Pirata.

I Love Radio Rock è la storia di uno di questi istituti.

Che però in realtà è un film, e Rock non è uno scolaro, ma un tipo di musica; che però ben presto diventerà molto di più.
E farà nascere questo film, tra le altre cose.

Come trama, il film non è chissà che cosa.
Avete presente The Truman Show? Bene, siamo sulla stessa linea d'ombra, solo che questo non è per niente un reality. E' la storia di Radio Rock, una delle succitate radio pirata. Che in quanto tale, è in mezzo al mare. E' la storia dell'equipaggio che dà vita a questa Radio Rock, un equipaggio composto, si, solo di uomini, ma soprattutto di musica.
Di trama vera e propria non ce n'è, assistiamo alla vita di questi dj ante litteram che hanno avuto il lusso di trasmettere la migliore musica di sempre in quello che probabilmente è stato il miglior periodo di sempre dalla più grande patria della musica di sempre. Il che già non è poco, ma poi aggiungeteci che questi qua sono proprio dei casinisti, degli adulti rimasti bambini (com'è giusto che sia), e ci siamo.
Viviamo tutto quello che vivono loro esattamente come lo vivono loro, ci commuoviamo (tanto), ridiamo (anche di più), riflettiamo (ancora peggio). Li viviamo.
Si, ok, ci sarebbe anche la storia parallela del governo che vuole rendere clandestine queste radio pirata, ma tutto sommato è una parentesi. Gustosa, ma è una parentesi.


Ma soprattutto questo è un film su due cose:
1) L'umanità (intesa come "l'essere umano", non il genere umano tutto)
2) La musica
.

E, se la prima è in primo piano durante tutto il film, è quella che più fa commuovere facilmente, che più fa emozionare, bè, la seconda farebbe meglio a non credersi meno importante.
E' il sottofondo costante che scandisce le vite di questi figuri, che la colora, che la completa. E' buia quando le vite si rabbuiano, è danzereccia e casinara quando si fa casino e ci si sballa.
E' quella cosa che nessuno (e sottolineo, NESSUNO) degli organi di Radio Rock vuole perdere. E la scena madre, a proposito, è proprio poco prima della tragica (?) fine del film, con Bob che non vuole lasciare la sua borsa con i suoi dischi preferiti, l'unica cosa che gli importi e l'unico posto in cui vuole sempre ritrovarsi, nonostante tutto e nonostante tutti.
E anche la fine, prima dei titoli di coda, con il discorso del Conte, e le schermate successive, credo siano la più bella dichiarazione d'amore che chiunque vorrebbe sentirsi fare, soprattutto dopo 40 anni di matrimonio come sono stati quelli che hanno caratterizzato Rock e noi. Perchè tutti, ma proprio tutti quelli che hanno visto questo film ci si sono sposati. Poco male se avete messo le corna a qualcun altro/a. Rock è meglio.


Scrivendo queste parole sto ancora piangendo (n.d.r.)



Qui il film (MiniNova, quindi torrent)

Qui la colonna sonora, per niente meno importante del film stesso, anzi. L'unica pecca è la mancanza dell'enorme So Long, Marianne di Leonard Cohen, che durante il film si sente. E fa piangere. Tanto.

giovedì 16 aprile 2009

Non voglio mettere un titolo banale, quindi non scrivo niente

Ogni film di Miyazaki si porta dietro un'aspettativa assurdamente alta. E, puntualmente, ogni santa volta, le aspettative vengono distrutte da un risultato eoni superiori alle migliori aspettative.
Non è il caso di questo film.

Prima di partire con le considerazioni personali, voglio chiarire che non è assolutamente una cosa brutta, anzi. Ovviamente i livelli rimangono paurosamente alti, ma inferiori a quanto mi aspettassi. Ma questa è colpa mia, le uniche cose che avevo letto sul film (notate come in tutte le recensioni o tutte le persone importanti "leggano", non "abbiano sentito in tv") erano che con questo film Miyazaki sarebbe tornato alla favola per bambini. E l'ultima favola per bambini che ricordo di Miyazaki è Totoro. Un film da 10/10. Le aspettative erano quindi onestamente troppo alte.


Comunque, dicevamo, il film, Ponyo.
Come ho già detto, è una fiaba (o favola, non mi ricordo la differenza). Dopo aver visto il film, pensando a questo, mi è venuto in mente che le favole a cui noi siamo abituati siano La Bella Addormentata o Biancaneve. Favole in cui il male è rappresentato da una sola persona, favole in cui il combattimento e la morte sono necessari per arrivare ad un fine, solitamente la felicità di una o due persone. E noi ste robe le raccontiamo ai bambini. E ci lamentiamo del fatto che poi siano violenti o che gli piacciano le cose violente.
E' proprio questo l'abisso che separa l'oriente dall'occidente, culturalmente parlando. Ponyo, in quanto fiaba scritta da un giapponese ed ambientata in Giappone, è pregna della filosofia orientale. Quel fantomatico misticismo, l'atmosfera zen e tutte quelle menate lì. Per dio, saranno anche vere, eh, però la cosa a cui ho pensato subito è stata un'altra. Cioè il fatto della visione del mondo. In Ponyo non ci sono nemici da sconfiggere, non ci sono draghi da combattere o vecchiette che avvelenano mele. C'è un bambino, una bambina (?), un ostacolo. Basta. Non ci sono le funzioni di Propp, non ci sono aiutanti (non nel senso proppiano del termine. Si può dire "proppiano"?), non ci sono padri padoni o cose simili. C'è un individuo, in questo caso bambino (perchè i bambini possono crescere interiormente, a differenza degli adulti), che deve cavarsela da solo in mezzo a tanti ostacoli rappresentati dall'ambiente che lo circondano. Perchè alla fine le difficoltà, nel film, sono quelle con cui i protagonisti hanno sempre avuto a che fare, non delle cose straordinarie che una volta sconfitte stop, finito il film, non vale più la pena continuare a seguirli. Io Sosuke lo volevo vedere, dopo la fine del film, come avrebbe vissuto e che reazioni avrebbe avuto. La differenza tra la favola occidentale e la favola orientale è proprio la struttura: le occidentali sono a forma di anello, nel senso che partono in un modo, seguono la risoluzione di un problema che si viene a creare e stop; quelle orientali sono un filo teso, non seguono un solo evento che si conclude, ma guardano ad un passaggio (magari particolarmente interessante o problematico, questo si) della vita del protagonista, che continua a vivere anche dopo la fine della vicenda. A quanti di noi frega di quanti figli abbia avuto la bella addormentata? A nessuno, credo. A quanti interessa sapere cosa è successo dopo che XXXXX ha XXXX XXXX? Magari a più persone (al posto delle varie X mettere personaggi et azioni del film).


Poi, la cosa che mi ha fatto davvero amare questo film.
L'amore.
E per amore ovviamente non intendo quello che lega un uomo e una donna o un uomo e un uomo, o una donna e una donna. Quello è solo uno dei tipi di amore. Peraltro anche abbastanza sterile, per come la vedo io, ma tant'è.
L'amore che invece il maestro Miyazaki ha messo in questo film è a dir poco esaltante. Il film, le atmosfere, la storia, la certosinità delle animazioni, la perfezione nei dettagli, il sapere che tutto è stato fatto a mano, sono elementi che ti fanno sapere per certo che questo nonnino qua non è uno che scrive film perchè gli sono finiti i soldi in banca, ma lo fa perchè cazzo, adora quello che fa, ha tantissime cose da dire, o da fare, o da provare, e non vedeva l'ora di farlo.
Ma se fosse solo quello non sarebbe niente di nuovo, non è la prima volta che si sente di un regista entusiasta. La cosa sconvolgente è come tutte le persone che gli stanno attorno non lo seguono minimamente nell'entusiasmo, anzi. Lo superano di misura. Dettagli come gli sciami di "sorelline minori" (taccio su altre spiegazioni) che si muovono autonomamente una per una, seguendo ognuna il suo percorso, senza nessun'approssimazione, anzi, con una precisione chirurgica, bè, sono momenti, attimi (perchè di un'attimo si è trattato) che fanno capire come i disegnatori, gli sfondisti e tutti gli altri non vedessero proprio l'ora di fare 'sti pesciolini cagacazzo. Oppure l'altra cosa che mi ha sconvolto è che non c'erano i titoli di coda, praticamente. C'erano, montati sulla musica e su sfondi disegnati apposta, nome e cognome di ogni singolo collaboratore (probabilmente in giapponese erano scritti a mano dagli interessati, non mi sorprenderebbe), con affianco una loro caricatura in piccolo. Ogni singolo collaboratore. Che saranno stati almeno 100, ad andar bene. C'erano anche i gatti, anche loro disegnati e caricaturati. E' proprio qualcosa che riempie il cuore di gioia, vedere finalmente tanto amore in un mondo in cui sembra esserci solo l'odio e la violenza. Sono quelle piccole cose che alla fine ti spingono ad andare avanti.

E a giugno esce al cinema Totoro.
Fremo.

Download (torrent, Mininova)

sabato 7 marzo 2009

Gli occhi e la mente

Sono appena tornato da vedere Watchmen. Quindi se avete amor proprio, quindi avete intenzione di leggere il fumetto, magari prima di vedere il film, evitate di leggere, perchè esprimermi senza spoiler, almeno in questo caso, proprio non mi riesce.
E non metto uno SPOILER prima di qualcosa, cazzi vostri. E vi assicuro che mi dispiacerebbe che vi rovinaste il libro più bello mai scritto, quindi magari chiudere il blog, andate in libreria e spendete i soldi, mortacci vostri.


Ero entusiasmato dall'attesa. Nelle ore precedenti all'entrata nel cinema, mentre facevano i trailer, mentre prendevo posto, mi mangiavo le unghie.
Nonostante questo, ero partito dall'idea che avrei visto una cosa che mi avrebbe deluso. Ma questo da quando ho saputo che avrebbero fatto il film, non da quando ho visto il trailer o chissà che.
E' un pò come V For Vendetta o Sin City, ti rendi conto che le possibilità che si potesse fare una cosa pari al fumetto, o comunque degna, erano minimissime, quasi nulle. Con Watchmen, però, le possibilità non erano "quasi" nulle. Non c'erano e basta. E' come quando, chessò, vai coi pattini la prima volta. Cadi, è inevitabile. La stessa cosa. Decidi di fare un film di Watchmen. Sai già di tuo che non sarà neanche paragonabile all'opera madre. E' inevitabile. Ma questo per il semplice motivo che Watchmen è nato, concepito e sviluppato per quello che è, una storia scritta, narrata con disegni e nuvolette, sviluppata con vignette e didascalie, intermezzata da libri e giornali. E' una storia che, per essere raccontata, ha bisogno di sfruttare tutte le sue componenti e possibilità, dalla scrittura fisica al personaggio più insignificante. E' un'opera mastodontica per portata intellettuale, complessità e completezza del quadro. Per leggerlo hai bisogno di tempo, tempo necessario per leggere fisicamente quello che c'è scritto nelle 350 e rotti pagine, oltre che tempo per fermarti a riflettere, fermarti a elaborare, fermarti a contemplare.
Io ci ho messo più di un giorno continuato.
Un film dura due ore.

Limite evidente, converrete.
Ed è per questo che le mie aspettative erano sotto lo zero. Ma allo stesso tempo tanto era l'affetto per il fumetto (inteso come essersi affezionato, non come voler bene), che non vedevo l'ora di vedere Nighthawk, Silk Spirit, il Comico e quegli altri tre in carne e ossa, sentire la loro voce.

Tornando al film.
Capisci subito di stare per vedere qualcosa di speciale. Dalla prima presentazione, da quel giallo canarino falso, capisci subito che questo non è Spider Man o qualche altra merda presa dai fumetti, chessò, Superman. E' qualcosa di diverso. E allo stesso tempo capisci che c'è qualcosa di diverso da quello che ti aspettavi. L'inizio delle due opere non coincide, ci sono aggiunte.
Ed è tutta qua la questione, tutta nelle aggiunte o nelle omissioni.
Di per sè il film è impeccabile. Assolutamente fantastico, nella sua fedeltà. E' il film più fedele che abbia visto insieme a 300, dello stesso regista, per quanto come spessore si passi dal Congo a Saturno. Le scene sono spesso emozionanti per la fedeltà estrema, vedi davvero i personaggi che si muovono, le luci che animano i paesaggi. Da questo punto di vista è quanto di meglio ci si potesse aspettare.

Ma.
Ma.
Ma. Ma il fatto è che, come detto, il film dura due ore. Perdipiù, per quanto fosse possibile farlo solamente in America, il film è distribuito nelle sale americane. In quanto è possibile farlo solo in America, quindi con dispendi importanti e rischi altrettanto importanti, la distribuzione è massiva. Quindi, e qui casca l'asino, deve piacere al pubblico. Con tutto quello che ne consegue. Sangue, cazzotti, velocità, viulenza, un pizzico di buonismo che non guasta mai, nonostante si parli del film della frase "puttane e politici mi guarderanno dal basso sussurrandomi <> e io risponderò <>."
I tagli di cui parlo sono quelli fatti alla storia, per la verità non importanti, ma fondamentali nella costruzione di un capolavoro. Che effetto avrebbe fatto un Canova senza la perfezione assoluta delle forme? Ecco, ci siamo. Togliere, per dire, la storia dello psicologo, togliere tutta l'importanza della guerra fredda riducendola sullo sfondo, senza nuvolette che urlano, che PRETENDONO attenzione, è come toglierla, farla vedere solo ai pochi fruitori di cinema attenti rimasti oggi; togliere le battute razziste e filo-fasciste è deturpare l'ambientazione, al pari del togliere l'importanza dei graffiti.
Togliere il finale "mostruoso", per metterne uno del genere, si, può essere una buona idea, da proporre al pubblico per evitare certe crudezze che dopo un film del genere, ma è snaturare il messaggio che si intende lanciare.
Il "CE L'HO FATTA!" sulla fine del libro, liberatorio, delucidatore, capitale, è a mio parere uno dei momenti più alti dell'arte tutta, in ambito letterario/cinematografico pari solo al "VOGLIO VIVERE!", per quanto le situazioni siano bè, abbastanza diverse. Toglierlo, ecco, semplicemente non si può.

Però, chiariamo. Il film è un film ottimo. Come ho già detto ai miei compagni d'avventura, come film, obiettivamente, tralasciando la sceneggiatura da dove venga, è egregio, da 8/8.5.
E' che comunque si notano le mancanze.
Cioè, sono anche troppo evidenti, in primis il finale, che io ho trovato a volte di cattivo gusto se non proprio inappropriato e fuori luogo, lancia il messaggio sbagliato senza che ce ne fosse bisogno.

Non so se consigliarvelo o meno, il consiglio è sempre quello. Se l'avete letto, andate. Se non l'avete letto e siete lobotomizzati/con un quoziente intellettivo minore a 50/guardate mtv/ascoltate i Guns'n'Roses, andate, è meglio vedere un film che leggere un libro. Se non l'avete letto e siete persone normali, aspettate il dvd e spendete dei soldi per leggerlo, sono spesi benissimo; e nel dvd ci sarà anche la versione integrale.

Sono ancora confuso, scusate.

martedì 24 febbraio 2009

/reality

Chiariamo: per me le dimensioni contano.
Un film, un fumetto, un disco, qualsiasi cazzo di cosa, per quanto mi riguarda, se è breve è un punto in più.
Certo, nei monumenti da 3 ore (film) o da 2 (dischi) c'è di tutto, ci puoi mettere una quantità di idee immensa e svilupparla come dio comanda, assolutamente vero, innegabile.
Ma.
Ci sono talenti che in poco tempo riescono a metterci un fottio di idee, a legarle perfettamente tra loro, a non risultare affrettati o approssimati, e soprattutto, a servire il piatto in maniera impeccabile.
Esempio? Ghost In The Shell è il primo che mi viene in mente. Oppure anche Wallace E Gromitt (anche se qui il discorso è un tantino diverso) o Les Triplettes De Belleville. Sarà un caso che tutti gli esempi appartengano a cartoni animati? Chi lo sa, forse il mezzo offre davvero la libertà assoluta tanto elogiata dagli addetti ai lavori, il cosiddetto "foglio bianco".

Ma tant'è, inutile parlar di fuffa.
Perfect Blue.
Perfect Blue.
Perfect Blue.
PERFECT BLUE, CAZZO.

Appena finito di vedere, quindi commenti a caldissimo, riflessioni a caldissimo.
Ad alcuni ho già detto che è da includere automaticamente tra i 4 migliori film che abbia mai visto. Avventato, certo, ma verissimo. Ci scommetto le palle che tra anni lo metterei comunque.
E' semplicemente un'opera troppo. Il classico "troppo" che quando lo leggi dici: "ma che nervi, troppo cosa????!!!!" Bè, facile a dirsi. Prendete un aggettivo dalla connotazione estremamente positiva. Ci siete? Bene, il troppo si riferisce a quello.

E' semplicemente un'opera troppo estrema. Ma non estrema dal punto di vista della violenza o chissà cos'altro. No, cioè, per quello c'è di peggio, molto di peggio. E' semplicemente un'opera che, se seguita con la dovuta attenzione e serietà, ti mette in uno stato confusionale impossibile da trovare altrove.
Ecco, una sensazione del genere l'ho provata nella sequenza ripetuta di Innocence (per i non addetti, il secondo episodio di Ghost In The Shell, galassie inferiore al primo, ma comunque film eccezionale); la differenza è che lì durava tre scene, qui non ne esci più.
Non so se il paragone potrà risultare banale, scontato, inutile o cosa, però ecco, non riesco a trovare nient'altro che calzi meglio del labirinto o ancora meglio, della matrioska.
Ecco, io ho sempre odiato questi paragoni, erano sempre fatti a sproposito, per cose vagamente insolite che volevano essere pompate per farle vedere alla gente.
Non avevo mai capito quanto questi paragoni potevano essere calzanti prima di questo film.
E' un incubo, ma di quelli brutti, quelli nel quale sei minacciato dal tuo aguzzino faccia a faccia, ti accorgi che è un sogno, ti vuoi svegliare ma niente, quello ti agita la motosega sotto al naso scorciandoti le narici, urli, urli, vuoi svegliarti, non ti svegli manco per il cazzo, e lì e solo lì cominci a disperarti.
Bè, la disperazione è la dimensione di questo film.



Non dico niente, non anticipo nè trama nè niente, è una cosa troppo sconvolgente per essere in qualche modo rivelata. E, consiglio personale, scaricatelo (perchè trovarlo originale è un'impresa) senza aver nè letto nè visto niente, solo così può essere gustato a fondo.
Per dire, il regista è Satoshi Kon, chi ne capisce un minimo sa cosa significhi.
Luci spente.
Chiudete gli occhi.
Dimenticate.
Premete Play.

martedì 17 febbraio 2009

oirartnoc la ativ anU

Ogni tanto (ogni volta che si capita a parlare di quanto ci si diverte da giovani, in realtà), quando si parla con un adulto, spesso e volentieri questi, dall'alto della loro esperienza di vita, ci dicono che "la vita ti passa senza che tu te ne accorga".
Ora, non sono nessuno per poter dare torto o ragione ad un'affermazione del genere, ma non posso non notare come una frase del genere sia perfetta per descrivere il curioso caso di Beniamino Bottone.

Tre ore di poltrona in cui si viene letteralmente proiettati da un letto di ospedale a rischio di evacuazione attraverso un'ottantina d'anni di storia americana.
La qual cosa non fa di certo gridare al miracolo, di documentari storici se ne possono contare a milioni.
Il discorso non vale se però in un pomeriggio si ripercorre da cima a fondo (oddio, da fondo a cima forse è meglio) la vita di questo Beniamino Bottone, al secolo Benjamin Button. La storia di un uomo, un uomo come milioni d'altri, che si è trovato a nascere e a vivere nel periodo cruciale del XX secolo, tra le due guerre e negli anni 60-70. Una vita segnata quindi da eventi importanti, che già renderebbero di per sè il racconto di questo soggiorno abbastanza interessante da farci spendere 6€ e un pomeriggio ad ascoltarlo.
Un racconto fatto di vodka e caviale, di tatuaggi, specchi, capelli, ballo e bordelli, di artrosi e demenza senile. Una vita come tante, tutto sommato. Il viaggio di un uomo attraverso la storia, gli altri e quindi sè stesso. Niente di inedito.
Ma il discorso si fa già più interessante quando si precisa che l'uomo tanto discusso è un freak, prospettiva da sempre interessante e critica per guardare la Storia.
Se già, però, Elephant Man ha commosso e fatto piangere schiere di persone quante ne ha fatte piangere Bambi, bè, si resta un attimino incuriositi da quello che può provare Benjamin Button.
Non ha capacità particolari, non sputa fuoco nè è alto e deforme. Solo, è nato vecchio. Proprio vecchio, anziano, raggrinzito, artrotico, debole e malaticcio. E, per rispettare la regola di natura che tutto si trasforma, anche lui cambia negli anni. Però, essendo impossibile invecchiare più di come già è, ringiovanisce.
Ed effettivamente è una vita al contrario in tutto e per tutto: da vecchio (o da neonato, vedetela come volete) in una casa di riposo in compagnia di altri suoi "coetanei", a imparare subito in maniera abbastanza cruda quello che c'è da sapere sul mondo, imparandolo da altri anziani. Ovviamente, in questo ambiente, e in quanto vecchio, familiarizza fin da subito con l'idea della morte, che lo circonda senza possibilità di scampo, senza però diventare un suo incubo, bensì solo una "frequente visitatrice".
E col passare del tempo, man mano che si ringiovanisce, il nostro passa tutte le fasi solite della vita di una persona: il lavoro, il divertimento, la guerra, i viaggi, le esperienze.
Ma il tema portante è quello dell'amore.
Si, perchè, come anni e anni di canzone popolare ci insegna, non hai vissuto veramente se non sai cosa sia davvero l'amore.
E infatti è questo l'elemento chiave del film. Amori che, importanti o meno, riflettono l'età che il signor Button si trova fisicamente ad attraversare. Amori giovanili passionali e travolgenti, amori adulti silenziosi e clandestini, amori vecchi innocenti e accennati.
Il che ricorda anche il percorso di chiunque, dal fervore giovanile alla pacatezza adulta, senza necessariamente limitarsi all'ambito sentimentale. Puoi maledire il destino, puoi bestemmiare, ma quando arriva la fine, non puoi far altro che mollare.
Una vita vissuta sempre a motori al massimo, maturando presto e godendosi ogni sua sfaccettatura, dalla gioia più esaltante al dolore più lacerante, di quelle che a sentirle raccontare, oltre ad essere completamente affascinato, ti senti anche un pò invidioso.
Tanto invidioso che in fin di vita scegli di fartela raccontare per sapere cosa quest'uomo ha davvero passato, per assaporare ancora i mille sapori, per rievocare i colori dei cieli diversi, per sentire gli odori delle donne che hai conosciuto, velocemente, in neanche un pomeriggio, preferendo questo ad una vita fatta di stupidaggini e frivolezze nel mondo della fama e dello spettacolo.
Le semplici cose, insomma.
Tanto semplici, e al contempo tanto personali e intriganti, che ti scopri piangente senza però saperne il motivo, invaso si dall'amarezza (inevitabile, sempre), ma anche dalla felicità. Alla fine è la vita. E' strana, non ci puoi fare niente.


Il compito è stato affidato a Brad Pitt, un attore certo noto ai più non per le sue capacità artistiche, comunque notevoli. E David Fincher (regista, giusto ricordarlo, anche di Seven, The Game, I Soliti Sospetti, The Game, Zodiac, Alien3) ha scelto proprio lui per questo ruolo enciclopedico, sacrificando il suo famoso sex appeal in favore di una vecchiaia crudele, di rughe cadenti e di cataratte. Il suo volto trasformato ricorda, grazie anche alla perfezione della recitazione, il Marlon Brando dei tempi migliori, del Padrino e del tango, e il maledetto James Dean, incarnazione di quella X Generation che Pitt si troverà ad attraversare, tra le altre.
Tutto questo prendetelo e applicatelo anche a Cate Blanchett, che però non fa notizia, che fosse un'attrice pressocchè perfetta non è una notizia di oggi.

Un film perfetto sotto ogni punto di vista, dalla storia (ci vuole la maiuscola o la minuscola?), alla recitazione, alla fotografia (assolutamente splendida), alla colonna sonora, che dal jazz al gospel ai Beatles deve ritrarre quasi un secolo di Storia.
Che vi devo dire, che ve lo consiglio? Decidetelo voi, se siete pronti. Potrebbe non essere facile. Ma sicuramente porta tante soddisfazioni quante emozioni, impossibile ignorarle.
Buona fortuna.